C’è una Spinetta Marengo che – da poco – guarda al futuro, che sperimenta molecole pulite nei laboratori universitari e che investe sui giovani scienziati del territorio. E poi c’è una Spinetta Marengo molto più grande che fa i conti con il passato (e con il presente), segnata da decenni di inquinamento da PFAS, battaglie legali, processi per disastro ambientale e la mobilitazione permanente dei comitati cittadini.
Negli ultimi giorni il polo chimico (oggi sotto l’insegna Syensqo, nata dalla scissione del colosso belga Solvay) ha celebrato un importante traguardo scientifico: la discussione della tesi di dottorato industriale di Andrea Bortoli, cresciuta all’interno del Centro RisPA (il Joint Lab tra l’azienda e l’Università del Piemonte Orientale). Una ricerca focalizzata su nuovi materiali adsorbenti (carboni attivi, zeoliti e persino scarti vegetali) capaci di catturare e rimuovere i PFAS dalle acque industriali in modo più efficiente.
Un segnale di svolta tecnologica, co-diretto dal professor Leonardo Marchese e dall’ingegner Enrico Repetto, che mira a fare di Alessandria un punto di riferimento internazionale per la depurazione. Eppure, per comprendere appieno la portata di questa ricerca, è impossibile ignorare il contesto in cui nasce: una terra ferita da quello che è stato definito uno dei più gravi disastri ambientali del Paese.
L’eredità pesante: le cause del disastro e i PFAS
Lo stabilimento di Spinetta Marengo ha una storia industriale lunghissima, ma è con la gestione Solvay (iniziata nei primi anni 2000 dopo l’acquisto da Ausimont) che il sito diventa il centro del caso PFAS in Piemonte. Queste sostanze chimiche artificiali (perfluoroalchiliche), utilizzate per rendere i prodotti impermeabili e resistenti al calore, sono note come “inquinanti eterni” perché non si degradano nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano.
Nel corso degli anni, le emissioni e le infiltrazioni nel terreno hanno contaminato la falda acquifera profonda, i corsi d’acqua e, di conseguenza, la catena alimentare e i pozzi potabili della zona, creando una scia di preoccupazione per la salute pubblica legata a patologie tiroidee, oncologiche e metaboliche.
La battaglia giudiziaria e i risarcimenti
La svolta giudiziaria è arrivata con il filone processuale per disastro ambientale colposo. Le sentenze hanno accertato la mancata tempestività e l’insufficienza delle prime bonifiche da parte della vecchia gestione, portando a condanne storiche per diversi manager del gruppo chimico.
I processi non hanno riguardato solo le responsabilità penali, ma hanno aperto la strada a una complessa partita sui risarcimenti. Milioni di euro sono stati stanziati nel tempo per l’efficientamento del TAF (l’impianto di Trattamento dell’Acqua di Falda, una gigantesca barriera idraulica per non far uscire l’inquinamento dal sito) e per i ristori economici a enti locali e parti civili. Ma per i cittadini e le associazioni che hanno subito l’impatto sanitario, nessuna cifra potrà mai compensare il danno biologico e la paura.
La spinta dei comitati: il fronte “Stop Solvay”
Se oggi lo stabilimento investe massicciamente in filtri e ricerca avanzata, molto lo si deve alla pressione incessante della società civile. Sigle storiche come il comitato Stop Solvay, insieme a movimenti come le Mamme da Nord a Sud e alle associazioni ambientaliste locali, non hanno mai smesso di presidiare il territorio.
I comitati, attraverso esposti in Procura, monitoraggi indipendenti del sangue e manifestazioni pubbliche, chiedono da anni una cosa precisa: la fine della produzione di qualsiasi tipo di PFAS (compresi i sostituti di nuova generazione come il C6O4) e una bonifica integrale, non solo il “contenimento” dell’inquinamento esistente. Per la popolazione, la transizione ecologica non può essere solo uno slogan accademico, ma deve coincidere con la certezza del diritto alla salute.
Tra passato e futuro
Il paradosso di Spinetta Marengo è tutto qui. Da un lato, il sito Syensqo rappresenta ed ha sempre rappresentato un motore economico fondamentale per Alessandria con migliaia di porti di lavoro, intere generazioni di famiglie che hanno vissuto grazie al lavoro lì dentro (la leva dei posti di lavoro e la minaccia di lasciarne a casa centinaia è sempre stata un’arma sociopolitica importante per i manager dellì’industria chimica), grazie alla collaborazione con l’UPO, si posiziona (solo recentemente) all’avanguardia nella ricerca per rimediare ai danni dei PFAS. Dall’altro, la fabbrica resta un simbolo globale della necessità di superare la chimica del Novecento.
Ma l’innovazione scientifica non può sanare le ferite del passato.